Giovanna d’Arco: la forza incrollabile di chi non si arrende alla logica del mondo.

Santa Giovanna d'Arco Illustrazione CorXiii

Se la guardi con gli occhi della storia, vedi una contadina analfabeta nata a Domrémy, un piccolo villaggio ai confini della Francia.

A tredici anni inizia a sentire delle Voci, quelle dell’arcangelo Michele, di santa Caterina e di santa Margherita, che le affidano una missione umanamente folle: salvare il Paese dall’invasione inglese.

A soli diciassette anni lascia la sua terra, attraversa territori nemici e riesce a farsi ascoltare dal futuro re Carlo VII nel castello di Chinon. Gli parla con una sicurezza tale da convincerlo ad affidarle un esercito.

Da quel momento, quella ragazzina si prende sulle spalle il destino di un intero popolo, guidando le truppe alla liberazione di Orléans e travolgendo gli inglesi nella battaglia di Patay.

Vedi il coraggio puro, l’audacia di chi decide di sfidare re, generali e tribunali. In lei riconosciamo una parte di noi che spesso dimentichiamo: quella capace di non arrendersi all’evidenza dei fatti, di difendere le proprie radici e di accendere una luce dove c’è solo buio. È la dimostrazione che un’idea, quando è mossa da un cuore pulito, può piegare gli imperi.

Una storia illustrata
per raccontare la messa ai bambini

Ma se provi a fare un passo oltre la sola cronaca, ti accorgi che la sua vera forza non stava nella spada. E nemmeno nel seguito che era riuscita a trascinare con sé.

La sua forza stava in qualcosa che la logica umana non potrà mai decifrare fino in fondo. Quando a diciannove anni, catturata e processata a Rouen, i giudici cercarono di incastrarla chiedendole se fosse in grazia di Dio, rispose con una sapienza disarmante:

“Se non lo sono, che Dio mi ci metta; se lo sono, che Dio mi ci mantenga”.

In quella risposta c’è il baricentro di tutta la sua esistenza, un’adesione totale che andava oltre la semplice teoria. I teologi del suo tempo furono spiazzati da un paradosso radicale: Giovanna viveva una sottomissione a Dio così assoluta da tradursi in una sconvolgente libertà di fronte agli uomini.

È il mistero della Grazia incarnata che entra nella storia. L’abbandono alla volontà divina, anziché annullare la sua individualità, ne esaltò la volontà fino a renderla incrollabile davanti ai poteri del mondo.

C’è una profondità mistica immensa in questo: essere interamente posseduti dalla Verità, al punto che la fede non è solo un valore da difendere ma diventa l’aria stessa che si respira.

Un potere terrorizzato da questa libertà non poteva fare altro che condannarla. La marchiarono come eretica e strega, e la condannarono al rogo come “relapsa” (eretico che ricade nell’errore) anche per il rifiuto ostinato di rinnegare le sue Voci e di abbandonare quegli abiti da soldato che per lei erano il segno della sua missione.

Sulla carretta del supplizio, mentre il legno prendeva fuoco e la folla insultava, ogni appoggio umano è svanito. È rimasto solo l’essenziale, spogliato di tutto.

Le storia del rogo di Rouen appartiene alla cronaca, ma la teologia di Giovanna si compie in quel grido finale che ha squarciato il fumo: “Gesù”

Lì, pronunciare il nome di Dio è diventato l’ultimo atto di libertà possibile, il momento esatto in cui la sua anima ha raggiunto il suo vero Re.

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