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Era un burlone, rifiutò di diventare cardinale, inventò l’Oratorio: San Filippo Neri

San Filippo Neri Illustrazione

C’è un quadro di fine Cinquecento, dipinto da Guido Reni, che ritrae San Filippo Neri. Ha la barba bianca, le mani giunte, lo sguardo rivolto verso l’alto. È l’iconografia classica del santo: l’estasi, la compostezza, la solennità.

Ma la verità storica ci restituisce anche un uomo che ha passato la vita a smontare, con un’ironia implacabile, la solennità esibita, formale e ingessata del suo secolo.

Filippo Neri è stato, a tutti gli effetti, un rivoluzionario senza armi. La sua più grande intuizione fu l’invenzione dell’Oratorio: un’idea radicale per l’epoca, nata con l’unico scopo di togliere i ragazzi dalle strade della periferia romana, offrendo loro un posto dove stare, fare musica, teatro e trovare una comunità, senza essere giudicati e…dove poter conoscere Dio.

Ma per fare una rivoluzione del genere in una società rigida come quella del Cinquecento, serviva una personalità fuori dal comune, “un pazzo”, con un cane di nome “Capriccio”.

Il maestro dello sberleffo educativo


Per capire il tipo: stiamo parlando di un uomo che in pieno luglio passeggiava per le strade indossando una pesante pelliccia al rovescio. Uno che si presentava agli incontri ufficiali con la barba rasata solo da un lato, o che interrompeva le riunioni di dotti e teologi per mettersi a leggere ad alta voce un libro di barzellette.

E non lo faceva solo lui. Se un nobile romano o un intellettuale un po’ troppo pieno di sé andava a trovarlo per darsi arie di profonda spiritualità, Filippo non si complimentava. Gli metteva in mano una scopa e gli ordinava di pulirgli la stanza davanti a tutti, oppure lo costringeva a portare in giro per la città il suo cane randagio tenendolo al guinzaglio con una catena d’oro.

Non era pazzo, e non era un provocatore fine a se stesso. Era un uomo che aveva capito tutto.

La nostra illustrazione dedicata a San Filippo Neri

Una terapia d’urto contro l’ego

Siamo a Roma, nella seconda metà del sediciesimo secolo. La città è un cantiere a cielo aperto di potere e paranoia. C’è la Controriforma, il Tribunale dell’Inquisizione lavora a pieno ritmo, l’aria è pesante e nella Chiesa il clima è austero.

In mezzo a tutto questo clima di tensione, a un certo punto compare questo fiorentino stravagante.

Filippo Neri aveva compreso bene quale fosse il più grande cancro delle relazioni umane: l’ego. La superbia, la tendenza a mettersi su un piedistallo, l’ossessione per il giudizio altrui. E capisce che contro il fanatismo e la rigidità mentale non servono i grandi discorsi. Serve l’ironia.

Smontare l’interlocutore, portarlo sul terreno del ridicolo spontaneo, costringerlo a guardarsi allo specchio e a ridere di sé. “State buoni, se potete”, diceva ai ragazzi di strada che facevano baccano, ma lo diceva anche ai potenti dell’epoca.

Un giorno una signora dell’alta società romana va a confessarsi da lui. Ha il vizio del pettegolezzo, distrugge reputazioni con la leggerezza di chi beve un bicchiere d’acqua. Filippo la ascolta, poi le dà una penitenza bizzarra: Prendi una gallina, esci in strada, spennala mentre cammini e lascia le piume per terra. Poi torna qui”.

La donna, perplessa, esegue e torna da lui. “Bene”, dice Filippo, “ora torna indietro e raccoglile tutte”. La signora protesta: “È impossibile, padre, il vento le avrà già portate chissà dove!”. E lui, calmo: “Ecco. Le tue parole sono come queste piume. Una volta uscite dalla bocca, non puoi più riprenderle.

Lezioni di psicologia applicata, devastanti nella loro semplicità.

Rifiutò di diventare cardinale per restare prete di strada

Filippo inventa l’Oratorio. Detto oggi sembra una roba da parrocchia domenicale, ma nel 1550 è una rivoluzione sociale. I ragazzi poveri di Roma, quelli che la società dell’epoca considerava feccia o manovalanza da criminalità, lì dentro trovano un posto dove nessuno chiede loro da dove vengono.

Filippo li fa cantare, recitare, li porta a fare scampagnate fuori porta. Toglie la musica dalle stanze d’élite dei palazzi patriarcali e la trasforma in canzoni popolari, in italiano, che tutti possono cantare. Crea comunità dove c’era solo marginalità. Porta Dio dove nessuno lo conosceva.

Filippo Neri lancia il suo manifesto esistenziale: Tristezza e malinconia, fuori da casa mia”. Per lui l’unica serietà accettabile è quella che sa sorridere.

Rifiuta la nomina a cardinale per ben tre volte, preferendo rimanere un prete di strada, per vivere la sua vocazione fino in fondo. Quando il Papa in persona gli offrì la berretta rossa, San Filippo rispose No grazie, preferisco il Paradiso.

Ecco perché la figura di San Filippo Neri conserva una forza capace di parlare anche a chi si sente lontano da un cammino di fede.

La sua storia ci ricorda che lo Spirito si manifesta in molti modi e attraverso carismi diversi, anche attraverso la “santa” ironia. Ha usato la leggerezza non per fuggire dalla realtà, ma per alleggerire il peso della vita altrui, dimostrando che l’empatia, l’ascolto e la capacità di sorridere dei propri limiti sono anch’essi un modo altissimo di onorare il divino.


Il segreto della sua santità, forse, sta proprio qui: nello scoprire che la libertà interiore e l’amore per gli altri sono il terreno comune in cui Cielo e terra si incontrano.

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