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Il sacerdote è vero quando...
Le parole di Fulton Sheen che ci ricordano la dimensione dei sarcedoti

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Ultimamente i sacerdoti sembrano essere diventati il bersaglio preferito di tutti.

Da una parte c'è il mondo, quello mediatico, quello culturale, quello dei social, che li massacra con un'accusa ricorrente: "sono lontani dalla realtà." Troppo chiusi, troppo distanti, troppo ancorati a una tradizione che nessuno capisce più.

Dall'altra parte, però, c'è qualcosa di altrettanto preoccupante: i fedeli stessi che si trovano spesso davanti a pastori intimoriti, confusi, quasi "vaporosi" : presenti fisicamente ma assenti nel midollo, incerti su cosa dire, su cosa essere, su dove stare.

E così il sacerdote finisce schiacciato tra due fuochi: il mondo che lo vuole diverso da quello che è chiamato ad essere, e una comunità che aspetta qualcuno che la guidi ma fatica a trovarlo.

Forse però è il momento di farci una domanda scomoda: e noi laici, che parte abbiamo in tutto questo?

La responsabilità che non vogliamo vedere

Siamo abituati ad aspettarci tutto dal sacerdote. Il coraggio, la chiarezza, la direzione. Ma raramente ci chiediamo se anche noi abbiamo una responsabilità nei suoi confronti.

La Chiesa non è una struttura dove da una parte c'è chi guida e dall'altra chi riceve passivamente. Siamo un corpo e ogni parte del corpo sostiene le altre.

Forse, come laici, dovremmo iniziare a sentirci più responsabili. Non nel senso di sostituirci ai nostri pastori, ma nel senso di ricordare loro con la nostra vita, con le nostre domande, con la nostra fedeltà, che cosa stiamo aspettando da loro.

Ricordare loro la loro missione, quando sembra che qualcuno gliela abbia fatta dimenticare.

Restituire loro quel coraggio che ogni pecora ha il diritto di richiedere al proprio pastore: il coraggio di stare in piedi di fronte alle sfide e ai pericoli di un mondo che, o non sa cosa sia la salvezza dell'anima, oppure lo sa benissimo e proprio per questo rema contro.

Una voce dal Novecento che parla oggi

Riprendiamo allora una citazione di Sua Eccellenza Fulton John Sheen, vescovo americano, predicatore straordinario, Servo di Dio, che era solito ricordare ai "suoi" sacerdoti con quella chiarezza diretta e luminosa che lo ha reso una delle voci cattoliche più significative del secolo scorso:

Diventiamo veri sacerdoti quando
ci svuotiamo di noi stessi e non cerchiamo più la nostra identità;
quando siamo innalzati verso la croce, non scendendo 'verso la gente'.
Troppi di noi oggi sentono di dover essere amati…
pensando che i giovani non ci ameranno se
non parliamo come loro, mangiamo come loro, beviamo come loro, ci vestiamo come loro.
No! Non ci ameranno semplicemente perché scendiamo;
ci ameranno quando li solleveremo.
Altrimenti, il mondo li trascinerà in basso.

Proviamo a capire questa citazione, passaggio per passaggio.

1. Svuotarsi di sé stessi

La prima cosa che colpisce è questa espressione: svuotarsi di sé stessi. Suona quasi come una perdita. Come se il sacerdote dovesse rinunciare a essere qualcuno. Ma non è questo il senso.

Nella tradizione cristiana questo movimento ha un nome preciso: kenosi. È lo stesso movimento che ha compiuto Cristo, che pur essendo Dio, non si è aggrappato alla propria grandezza, ma si è svuotato per donarsi.

Svuotarsi, per un sacerdote, significa liberarsi da una domanda che ci portiamo tutti dentro:
"come mi vedono? mi approvano? ho successo?"
Significa fare spazio. Spazio a Dio, spazio all'altro.
Un sacerdote che si è svuotato non è un uomo spento, ma è un uomo veramente libero: è un uomo radicato, che non dipende più dall'approvazione degli altri per sapere chi è.

2. Non cercare più la propria identità

Un sacerdote che cerca ancora la propria identità è ancora in una fase di costruzione di sé, come chiunque di noi nella vita ordinaria.
Ma il sacerdote, se il suo Vescovo ha ritenuto che non ci fossero impedimenti o dubbi riguardo la sua ordinazione, sa già dove sta la sua identità: in Cristo, nell'Eucarestia, nel servizio.

Non ha bisogno di cercarla nell'essere simpatico, popolare, moderno.

Questo non lo impoverisce, anzi lo stabilizza. È come un albero con radici profonde che non ha bisogno di appoggiarsi al vento per capire dove sta.

3. Essere innalzati verso la croce, non scendere verso la gente

Questa è forse l'immagine più potente di tutta la citazione.
La logica del mondo dice: scendi al loro livello, adattati, diventa come loro.

La logica del Vangelo dice esattamente il contrario: sei chiamato a portare le persone verso qualcosa di più alto.

Non si tratta di arroganza.
Si tratta della stessa logica di un padre o di una madre che non si mettono a fare le cose sbagliate insieme ai propri figli per essere amati, ma li guidano verso qualcosa di meglio, anche quando fa fatica, anche quando non viene capito subito.

E il sacerdote è chiamato a questo: non a essere popolare, ma a essere punto di riferimento verso l'alto.

4. Il nodo dei giovani

Sheen poi entra nel concreto, e lo fa con una lucidità che oggi suona ancora più vera.
Quanti sacerdoti (e quanti adulti in generale) pensano di conquistare i giovani imitandoli?
Parlando come loro, vestendosi come loro, adottando il loro gergo, i loro riferimenti, le loro abitudini?

Il risultato, nella maggior parte dei casi, è il contrario di quello sperato.

I giovani non sono ingenui. Riconoscono l'imitazione forzata e la trovano, nel migliore dei casi, goffa. Nel peggiore, disonesta.

Quello che i giovani cercano davvero, anche quando non lo sanno dire, è qualcuno che abbia qualcosa di diverso.
Qualcuno che mostri loro, con la propria vita, la Vera dimensione dell'esistenza che il mondo non riesce a dare. Non vogliono un adulto che finge di essere come loro. Vogliono qualcuno che li porti "verso l'Alto".

E noi laici?

Se comprendiamo tutto questo, cambia qualcosa nel modo in cui guardiamo i nostri sacerdoti. Smettono di essere figure su cui scaricare aspettative o delusioni, e diventano uomini, uomini chiamati a qualcosa di grande, che a volte hanno bisogno di essere ricordati di quella grandezza.

Come laici possiamo fare molto. Possiamo smettere di chiedere ai nostri sacerdoti di essere simpatici, moderni, vicini nel senso mondano del termine.
Possiamo iniziare invece a chiedere loro, con il rispetto e la gratitudine che meritano, di essere quello che sono chiamati ad essere: uomini svuotati di sé stessi, radicati in Cristo, capaci di sollevarci quando tutto intorno sembra trascinarci in basso.

Perché se anche noi avremo questa consapevolezza, sarà più semplice. Più semplice per loro ricordare la loro missione. Più semplice per noi riconoscerla. E più semplice, insieme, camminare con e verso Dio.

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