Il 26 aprile scorso, il maratoneta keniano Sabastian Sawe ha fatto qualcosa che nessun essere umano aveva mai fatto: ha percorso 42 chilometri in meno di due ore, vincendo la Maratona di Londra e riscrivendo i libri della storia dello sport e dei limiti dell’uomo.
Il mondo dello sport si è fermato e giustamente giornali, i social si sono riempiti di numeri, statistiche, superlativi.
Ma prima di tutto questo, prima di salire sull’aereo per Londra, prima del traguardo, prima della gloria, Sabastian Sawe era andato a Messa.
Un gesto semplice, ma che ancora una volta ci riporta alla realtà: la fede è più viva che mai nelle persone, nonostante una parte di mondo, quella che grida di più, voglia farci credere il contrario.
La chiesa dove Sawe prega si chiama chiesa della Sacra Famiglia, una piccola comunità cattolica nella Diocesi di Eldoret, in Kenya, legata alla parrocchia di Santa Giuseppina Bakhita, la principale santa Africana che ha vissuto tra Venezia e Schio (Vicenza), arrivata in Italia come schiava per poi essere liberata e decidere di diventare suora canossiana.
La parrocchia di Sabastian Sawe non è una cattedrale. È la chiesa del suo quartiere, quella dove si conoscono tutti per nome.
Julius Kemei, il responsabile della comunità, ha raccontato che quella domenica Sawe aveva salutato i fedeli al termine della Messa, detto loro che sarebbe partito quel giorno stesso per Londra, e chiesto di pregare per lui.
Niente di clamoroso. Quello che farebbe qualsiasi cristiano prima di un momento importante.
«Sabastian non manca mai a nessuna celebrazione religiosa. Quando lui è impegnato nelle corse, vengono la moglie e i figli», ha spiegato Kemei.
La sua famiglia è uno dei quattro pilastri fondanti di quella parrocchia. Contribuisce alle iniziative della chiesa, si rende disponibile, dona quello che può. Dopo una vittoria precedente era venuto a portare 100.000 scellini keniani e un gregge di pecore per aiutare a costruire una nuova chiesa, dicendo semplicemente che Dio lo aveva già benedetto molto.
«Può essere giovane», ha detto Kemei, «ma è già uno dei membri più importanti della nostra comunità.»
Sabastian è cresciuto con sua nonna Esther. È lei che lo ha formato, prima ancora che qualsiasi allenatore. Gli ha insegnato la gratitudine, la disciplina, e l’importanza di affidarsi a qualcosa di più grande di sé. «Era sempre lì per me. Mi diceva sempre: andrà bene.»
Quella certezza tranquilla, non l’ottimismo facile, ma la pace di chi sa di non essere solo, si sente ancora oggi nel modo in cui Sawe parla. Nelle interviste non si vanta. Ringrazia. Gli hanno dato il soprannome di “Sicario Silenzioso” per come vince le gare, ma fuori dalla pista è semplicemente un uomo calmo, misurato, riconoscente, che sa di essere Figlio di Dio.
Il suo allenatore Claudio Berardelli, che è italiano, lo ha descritto come «un essere umano diverso. Un’eccezione.» Forse. Ma l’eccezione non sta solo nelle gambe.
Nella sua comunità, il primato di cui si parla non è tanto il tempo sul cronometro. Per i fedeli della chiesa della Sacra Famiglia, il vero record di Sabastian Sawe è un altro: non aver mai saltato la Messa domenicale.
È una cosa piccola, se vista dall’esterno. Ma chi frequenta una parrocchia sa quanto pesa quella fedeltà silenziosa, settimana dopo settimana, quando nessuno ti guarda, quando non c’è nessun traguardo da tagliare.
Guardandolo, viene in mente che il talento più grande non è nelle gambe, ma nel sapere chi sei davvero. Sabastian Sawe lo sa: è un figlio di Dio, che passa per questo mondo con un dono straordinario tra le mani, non suo, ma affidatogli. E lo restituisce come può: correndo, donando, pregando.





